Due interviste, non a caso succedutesi a distanza di poche ore, hanno ritenuto l’attenzione sul futuro dei rapporti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti di Donald Trump: quella di venerdì scorso del presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, al Financial Times e quella di sabato della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al Corriere della sera. Entrambe le interviste sono apparse nel corso di una settimana densa di avvenimenti sulle due sponde dell’Atlantico: a Parigi, con la riunione di una trentina di governi dell’Occidente democratico chiamati a far parte della “coalizione dei volenterosi” in difesa dell’Ucraina; negli USA, con la rivelazione di nuove aggressioni verbali all’UE da parte dei sodali di Trump, accompagnate da una visita non proprio gradita del vice-presidente J.D. Vance in Groenlandia, nuova terra di conquista per gli USA, naturalmente a garanzia di pace futura.
Su questo sfondo, oltre che con riferimento a mesi di ambiguità politiche, che si vanno progressivamente chiarendo nell’UE da parte delle due presidenti intervistate, vanno lette le parole consegnate a futura memoria ai due importanti organi di stampa, in particolare al primo per il suo prestigio internazionale.
Al “Financial Times” è stato affidato dal presidente del Consiglio italiano un attestato di fiducia del governo nei confronti dell’Amministrazione Trump, dopo aver incassato le ripetute minacce all’UE e in presenza della deflagrazione dei dazi di inizio aprile, dichiarando di condividere le pesanti critiche di J.D. Vance pronunciate alla Conferenza di Monaco contro la democrazia in Europa, convenendo il presidente del Consiglio che l’Europa “si è un po’ persa”. Il che ci starebbe anche se avesse proseguito precisando ad opera di chi questa Unione rischia di perdersi.
Non meno sorprendente l’intervista della presidente della Commissione europea al quotidiano italiano più venduto, destinata principalmente a rassicurarci sulla bontà della sua politica di riarmo e sulle rosee prospettive per l’Italia, grazie in particolare al rilancio dell’economia – di guerra e non solo – della Germania, naturalmente restando molto cauta su un possibile debito comune in attesa che il nuovo Cancelliere la autorizzi a qualche apertura.
Qui però merita soffermarci in particolare sulla risposta alla domanda rivolta a Ursula von der Leyen: “Trump ha detto che l’UE è stata creata per ‘fregare’ gli USA e il suo vice Vance ha detto che gli europei sono ‘scrocconi’. Gli Stati Uniti sono ancora un alleato fidato?” Risposta: “Sì, gli Stati Uniti sono nostri partner e alleati da 75 anni, e sono convinta che questa relazione terrà. Abbiamo punti di vista diversi su questioni specifiche, ad esempio sul commercio, ma abbiamo anche valori condivisi e forti interessi comuni”.
Difficile dire se si tratta di un atto di fede o di una patetica speranza, visto quanto sta accadendo negli USA ai valori fondamentali dello Stato di diritto, dalla separazione dei poteri alla libertà di espressione alla corretta gestione della cosa pubblica e alle politiche di inclusione fino al rispetto della giustizia e del diritto internazionale nella trattativa in corso per la futura pace in Ucraina.
Quanto poi agli interessi comuni diventa ogni giorno più difficile, non tanto costatarne l’auspicata opportunità quanto riuscire a vederne la compatibilità con questa Amministrazione USA: lo dirà chiaramente l’ondata di dazi, sperando non lo dicano anche le manovre che minacciano la sovranità della Groenlandia, un attacco al cuore dell’Unione Europea.
A voler essere benevoli, le risposte della presidente della Commissione europea potrebbero avvalersi di un’attenuante: mai nelle sue risposte è citato Trump, più cautamente gli Stati Uniti, cercando un discutibile conforto nei 75 anni passati e sperando nel futuro, forse già nelle elezioni di mid-term del prossimo anno.