La barca UE non sta navigando in buone acque, tanto sul versante economico e finanziario e ancor meno su quello geopolitico, alle prese con due guerre sulle quali ha poca o nessuna presa e in ansia per la futura politica USA, molto più preoccupata di difendere i suoi interessi nell’area dell’Indo-Pacifico che non a rafforzare la sua presenza nello spazio atlantico e la sua alleanza con l’Unione Europea.
In un simile contesto internazionale, la barca della politica interna dell’UE sembra accontentarsi di stare a galla, se non addirittura di attivare manovre di “indietro tutta”, come nel caso della politica ambientale e della politica sociale, in particolare sul fronte caldo dei movimenti migratori.
Netta è ormai la sensazione che l’ondata di pressione in provenienza dalle forze di destra europee, ma non solo, stia rinchiudendo l’Unione Europea nella crescente ossessione di un’invasione di migranti che la stanno spingendo a rivedere le poche aperture consentite finora e a rafforzare le misure punitive.
La settimana scorsa a Bruxelles, alla vigilia del Consiglio europeo, questa deriva è stata confermata da una riunione di una dozzina di Paesi UE governati da coalizioni nettamente orientate verso la chiusura delle frontiere ai migranti, non a caso ad iniziativa di governi come quello italiano, olandese e danese, ma anche con la significativa mancata partecipazione di Francia, Germania e Belgio e la netta opposizione della Spagna.
Che tra i convitati ci fosse il premier ungherese Viktor Orban, tra l’altro presidente di turno del Consiglio UE, non era una sorpresa; fa riflettere la presenza, seppure con motivazioni in parte diverse, di quattro leader del Partito popolare europeo (tra cui il premier polacco), ma soprattutto inquieta la presenza a quel tavolo della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, visto il suo ruolo istituzionale e i suoi recenti contrasti in Parlamento proprio con Viktor Orban, al punto da far pensare che quella sua reazione si stata un discutibile gioco delle parti sulla pelle dei migranti. Senza dimenticare che quel tavolo potrebbe addirittura far pensare un giorno ad una “maggioranza di ricambio” nel Parlamento europeo, con clamorosa rottura del “cordone sanitario” verso le destre estreme che stanno crescendo nell’UE.
Non è ancora la prospettiva di oggi, tanto grande è la frammentazione politica all’interno dell’Assemblea di Strasburgo, su entrambi i versanti dell’emiciclo: un centro sinistra fragile e senza progetti per un’accoglienza sostenibile e, a destra, soggetti d’accordo “contro” ma divisi su che cosa fare per chiudere le frontiere dell’Unione ai migranti, di cui pure hanno tutti un grande bisogno, se non altro per l’economia e, presto, per i sistemi di protezione sociale.
Quanto avviene non sorprende: già nel maggio scorso, alla vigilia delle elezioni europee, una quindicina di Paesi UE, tra i quali l’Italia, avevano sottoscritto una lettera per chiedere alla Commissione di adottare iniziative per frenare il flusso di migranti e trovare “soluzioni innovative” per respingere o “deportare” chi fosse riuscito a oltrepassare le sacre frontiere nazionali.
La novità di questi giorni risiede nello smottamento sul tema della maggioranza politica nelle Istituzioni UE, Parlamento compreso, con una curvatura a destra sempre più marcata della riconfermata presidente della Commissione, in attesa che le venga a dare una mano il resto del Collegio, già ben attrezzato sul tema, in particolare con il Commissario austriaco, Magnus Brunner, un “falco” candidato a titolare del portafoglio “Affari interni e migrazione”. Si tratta di una deriva che può aiutare a capire il contesto politico più ampio in cui si colloca anche l’incresciosa vicenda dei trasferimenti dei migranti in Albania ad opera del governo italiano, in contrasto con i pronunciamenti della Corte europea di giustizia.
Si sta allungando la lista di quanti, sulla barca UE in balia delle onde, remano contro i valori fondativi dell’Unione e potrebbe non bastare la Corte europea di Giustizia a salvare un “Titanic” che rischia di affondare.