Di regola le sedute parlamentari non riscuotono particolare interesse per i cittadini-elettori i quali, una volta designati i loro rappresentanti col voto, aspettano il prossimo turno elettorale per tornare a prestare attenzione ai loro Parlamenti. Non è una buona notizia per la salute della democrazia, al punto che si finisce per apprezzare anche episodi inattesi che contribuiscono a ridare fiato al dibattito politico.
Qualcosa del genere, del tutto inedito nella storia dell’Unione Europea, è avvenuto la settimana scorsa a Strasburgo nel corso dell’ultima seduta plenaria del Parlamento europeo. La presenza davanti all’emiciclo di Viktor Orban, presidente di turno in questo secondo semestre dell’anno del Consiglio dei ministri UE, annunciava scintille con la maggioranza dei parlamentari, ma i risultati hanno superato le attese.
A dare fuoco alle polveri è stato il duro confronto tra l’autocrate ungherese, con simpatie russe, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, scatenando un inedito scontro tra due vertici istituzionali, uno ormai a metà mandato, come Orban e l’altro, la presidente della Commissione europea, in attesa di una conferma definitiva per il suo secondo mandato, previsto per dicembre.
Questa singolare tenzone tra due “vertici provvisori” dell’UE la dice lunga sulla complessità istituzionale che stiamo vivendo a livello europeo dove, al momento, sono confermati al timone dell’Unione, per due anni e mezzo, solo la presidente del Parlamento, la maltese Roberta Metsola e il presidente del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, il portoghese Antonio Costa, e la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, fino al 2027.
Tempi lunghi per la transizione di una “governance europea” confrontata ad una situazione geopolitica ad alta tensione per le due guerre in corso, per di più alla vigilia di elezioni presidenziali americane che tengono molti nel mondo col fiato sospeso.
Ma questa è la nostra Unione, un’aggregazione sempre più precaria di ventisei Paesi con storie e culture politiche diverse e molti interessi che divergono, comprese alleanze e complicità interne ed esterne all’UE. L’attuale maggioranza parlamentare europea sembra segnata da una crescente fragilità che incoraggia le forze politiche di estrema destra di cui Orban è solo una delle voci orientate a smontare pezzo a pezzo la costruzione comunitaria a colpi di veto e di attacchi allo Stato di diritto.
Su questo fronte si sono scontrati in aula a Strasburgo i due Vertici istituzionali: con toni pesanti Orban contro questa Unione e con accuse esplicite da parte di Ursula von der Leyen verso l‘autocrate ungherese, in particolare sulle sue rotture di solidarietà e le infrazioni alle regole democratiche in Ungheria e sulla disinvoltura di Orban nei suoi rapporti con Putin, Xi Jiping e Trump, approfittando scorrettamente del suo provvisorio mandato europeo che non lo autorizzava a farsi interprete della (inesistente) politica estera UE.
A ben vedere, Ursula von der Leyen avrebbe avuto ancora ben altri argomenti per rafforzare le sue accuse, per certi aspetti anche colpevolmente tardive, se si ha a mente da quanto tempo l’Ungheria è in costante infrazione al patto comunitario, che non le hanno impedito di ottenere importanti finanziamenti.
Alla Commissione, “garante dei Trattati” e, a questo titolo, non “Istituzione neutrale” come vorrebbe Orban, toccava da tempo il compito di sanzionare questi comportamenti, come con insistenza andava chiedendo il Parlamento europeo e come adesso è richiesto anche dal Partito popolare europeo da cui Ursula von der Leyen proviene e dal quale dimostra sempre più di dipendere, non senza irritare le altre componenti della sua maggioranza che nei due mesi che restano dalla sua conferma potrebbero riservarle qualche dispiacere.