Questa volta l’Europa si è conquistata i titoli di apertura dei principali mezzi di informazione in Italia e c’è da scommettere che la cosa durerà ancora a lungo. Che questo sia avvenuto in coincidenza con l’avvio della nuova legislatura non è certo un caso, ma il problema viene da più lontano e sarà bene cercare di leggerlo nella sua complessità . Dell’Unione europea l’Italia è stata Paese fondatore fin dagli inizi degli anni Cinquanta, quando venne creata la Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA), partecipando poi attivamente ai suoi ulteriori sviluppi con la Comunità economica europea (CEE) fino all’Unione europea di oggi. Lungo tutto quel percorso i nostri responsabili politici hanno cambiato di colore, anche se non molto, ma sono sempre stati seduti al tavolo che ha negli anni elaborato e adottato normative europee di cui a nessuno sarebbe dovuto sfuggire l’inevitabile impatto sulla vita quotidiana degli italiani.
Queste normative hanno riguardato settori sempre più ampi dell’azione politica e amministrativa: dalle politiche comuni interamente delegate all’UE come l’agricoltura, la politica della concorrenza e il governo della moneta a quelle largamente condivise come la politica commerciale e, progressivamente negli anni, le politiche sociali e ambientali fino al cantiere comune, in corso di avvio, delle politiche energetiche e della ricerca.
Altre politiche poi sono state implementate dagli orientamenti adottati a Bruxelles: dalla cultura all’informazione, dalle politiche di sviluppo regionale a pezzi già importanti di politica estera e di armonizzazione fiscale. Stessa condivisione senza riserve per la politica di allargamento che ci ha condotto all’attuale Unione a 27, Romania compresa, una comunità di quasi mezzo miliardo di cittadini con uguali diritti tra i quali quelli della libera circolazione.
E la lista potrebbe ancora continuare, al punto che non è eccessivo dire che oggi in Italia, come in tutti gli altri Paesi dell’UE, la stragrande maggioranza delle normative nazionali sono o una diretta traduzione di decisioni assunte a Bruxelles o comunque da quelle ampiamente ispirate.
Quello che sta accadendo in questi giorni in Italia non puಠnon essere letto sullo sfondo di questo «corpus di regole comuni» cui l’Italia ha liberamente concorso, anche se non sempre da protagonista attiva, ma sicuramente nemmeno da vittima costretta ad accettare decisioni non condivise. E tuttavia nel corso degli anni è andata crescendo pericolosamente una nostra tendenza antica, quasi uno sport nazionale, a infrangere regole liberamente adottate o a darne interpretazioni così flessibili e «furbe» da raggiungere alla fine lo stesso risultato.
Ne sono prova eloquente le interminabili liste delle infrazioni italiane alle normative comunitarie (poco meno di 200 ad oggi) e, per fare buon peso, l’elenco delle frodi al bilancio UE che in tempi brevi lo Stato italiano dovrà provvedere a riparare. Chi volesse saperne di più sul «patrimonio di infrazioni» accumulato negli anni puಠagevolmente accedere ai siti delle istituzioni comunitarie o a quelle dell’amministrazione italiana, in particolare del Dipartimento delle politiche comunitarie presso la Presidenza del Consiglio.
Oggi la singolarità del caso italiano risiede nell’alto tasso di «indisciplina comunitaria» esplosa con l’insediamento del nuovo governo tanto per misure in corso di adozione quanto per orientamenti su politiche future. Grande visibilità hanno avuto le tensioni tra Roma e Bruxelles a proposito delle nuove misure in materia di immigrazione e sulla cosiddetta «emergenza» dei rifiuti a Napoli, altre sono imminenti sul caso Alitalia e diritti televisivi (in ballo c’è la sopravvivenza di Rete 4 di Mediaset).
Ma purtroppo non finisce qui: altre tensioni, di non minore rilievo, si annunciano a proposito della futura politica agricola comune, la ventilata introduzione degli OGM nelle coltivazioni nostrane, gli sviluppi della politica energetica e il nucleare e le svolte annunciate in materia di politica estera con l’Italia intenzionata a riposizionarsi sullo scacchiere geopolitico con novità non indifferenti per le alleanze dentro e fuori UE e rispetto a conflitti armati come quelli nell’area mediorientale e in Afghanistan.
Se a tutto questo si aggiunge l’indebolimento della presenza italiana in ruoli di responsabilità nelle istituzioni internazionali, a cominciare da quelle europee dalle quali stiamo a poco a poco sparendo, allora si comincia ad avere un primo quadro di come sa stare al mondo questo nostro Paese.
Come si vede, ci aspetta un’ampia e densa «materia del contendere» che peserà non poco sul futuro dell’Italia e sulla sua credibilità internazionale, da sempre fragile ma oggi ancora più a rischio. Per chiarezza di giudizio, nelle numerose contese che ci aspettano dentro l’UE bisognerà distinguere il più nettamente possibile due capitoli. Prima di tutto, e per semplice decenza, sarà da valutare il capitolo delle regole già adottate e adesso da rispettare senza l’arroganza di chi considera l’UE «una bomba a orologeria contro l’Italia», come ha detto qualche giorno fa il ministro dell’Interno Maroni che definisce «indebite pressioni» i richiami di Bruxelles ai patti liberamente sottoscritti. Altra cosa poi il capitolo delle nuove politiche comuni da negoziare, con all’ordine del giorno materie importanti come il futuro bilancio UE, la riforma della politica agricola comune e i molti altri temi già ricordati.
Due capitoli certamente distinti, ma anche sicuramente collegati: con quale autorevolezza e credibilità infatti potrà l’Italia sedersi al tavolo del negoziato se vi arriva col volto del trasgressore e del partner furbetto e inaffidabile?