Scoperta l’America, adesso si scopre l’Europa

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Sembra essere tornata l’epoca delle scoperte, quando fragili caravelle europee si avventuravano in mari sconosciuti alla ricerca delle Indie leggendarie e approdavano nelle meno favolose Americhe. Verrebbe da dire adesso che paghiamo oggi quell’errore di navigazione, recidivi anzi nel non aver capito bene fino a ieri su quale sponda dell’oceano eravamo finiti, non proprio un continente amico a giudicare da come oggi tratta l’Europa.

E’ curioso che nello stesso tempo ci sia chi sta scoprendo adesso l’Europa, quella che, grazie a un riuscito processo di integrazione economica, ha costruito un grande mercato unico di 450 milioni di persone all’interno del quale si ignorano i dazi, grazie a politiche di progressivo libero scambio con conseguente abbattimento delle frontiere e con il risultato di un benessere condiviso.

Accade così che alla raffica di dazi imposti dagli Stati Uniti, con un ritorno a un protezionismo che ricorda pericolosamente quello degli anni ‘30 del secolo scorso, all’origine della “grande depressione”, qualcuno scopra adesso l’Unione Europea quella “macchina burocratica” responsabile di tutti i mali, ma oggi la sola che potrebbe con qualche possibilità di successo rispondere all’aggressione commerciale USA e arginare lo tsunami in corso.

Per la verità sarebbe bastato una conoscenza anche superficiale dei Trattati europei per sapere che la politica commerciale è una competenza esclusiva dell’Unione Europea, non spiaccia ai cantori della “Nazione”, perfettamente inermi per proteggere oggi risparmiatori e consumatori dalla stangata dei dazi.

Ci sono nell’Unione Europea governanti che fino a ieri hanno ostacolato la costruzione di una comunità solidale, perseguendo con colpevole miopia i soli interessi nazionali, quando non addirittura soltanto quello delle proprie clientele elettorali, e adesso invocano le difese che soltanto potrebbe attivare un’Unione che hanno costantemente disunito, indebolendone la capacità negoziale.

Più grave ancora che tra questi governanti vi sia chi, avvalendosi di una costante ambiguità politica, accompagnata da una presunta vicinanza al “grande guastatore” del libero scambio commerciale, continui a sperare per il proprio Paese in un trattamento di favore, non importa se a spese di Paesi partner nell’UE o in infrazione alle regole sottoscritte nei Trattati.

Come andrà questa vicenda, oggi ancora dai contorni incerti, lo capiremo tra non molto quando la Commissione europea metterà sul tavolo del Consiglio dei ministri UE le sue proposte, tanto sui margini residui per proseguire ancora in un tentativo di dialogo quanto sulla lista dei dazi verso gli USA, destinati a colpire chi per primo i dazi li ha scagliati su di noi. La decisione finale spetterà ai governi nazionali e basterà una maggioranza qualificata di Stati membri per adottare la proposta della Commissione europea.

Sarebbe confortante una decisione all’unanimità in favore della proposta della Commissione, che però, almeno in questo caso, non sarà necessaria e sarà interessante, in caso contrario, vedere chi proverà a sfilarsi, se soltanto la solita Ungheria e non qualche suo complice. Superfluo ricordare che gli occhi saranno puntati sul governo italiano, profondamente diviso al suo interno tra i suoi due vice-presidenti, in attesa di capire a quali altre doti di funambolico equilibrismo si affiderà il presidente del Consiglio.  

Quel giorno sarà per l’Unione Europea, e per l’Italia, un importante momento di verità.

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