Da chiedersi se l’Europa ci sia e se ci siano cittadini europei. A oltre cinquant’anni dal Trattato di Roma che affermava le quattro libertà fondamentali di circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali e a quasi vent’anni dal Trattato di Schengen che avviava l’abolizione di controlli alle frontiere interne dell’UE, accade che cittadini inglesi in massa si oppongano a lavoro di cittadini italiani chiamati a costruire una raffineria nel Lincolnshire (nord del Regno Unito) in seguito al conseguimento di un regolare appalto della francese Total. In altre parole: cittadini europei in conflitto tra di loro per un lavoro con una compagnia petrolifera europea in un Paese europeo. Il tutto sotto gli occhi di istituzioni europee sorprese ed ammutolite e di sindacati imbarazzati e prigionieri di contraddizioni dal sapore «protezionista».
Da chiedersi che cosa stia accadendo in questa Europa del mercato unico, della moneta unica (nella quale, sarà un caso, il Regno Unito non c’è), della libera circolazione di tutto (capitali, beni e servizi) ma non ancora delle persone.
Dal primo gennaio scorso avrebbero dovuto ulteriormente aprirsi le frontiere per gli ultimi arrivati nell’UE, rumeni e bulgari, ma undici Paesi hanno preferito rimandare: questo era nei patti, tempo per farlo fino al 2011 o, al massimo, 2013 in caso di alterazione grave del mercato del lavoro nazionale. Tra questi Paesi che cercano ancora protezioni dentro le proprie frontiere Italia, Francia e Germania. Ma non il Regno Unito che aveva aperto le proprie frontiere da subito, al primo gennaio 2007.
E allora come spiegare il rifiuto inglese per i lavoratori italiani che beneficiano – come i loro colleghi inglesi – della libera circolazione fin dal giorno dell’adesione nel 1973 del Regno Unito all’Unione europea?
Una spiegazione è sicuramente nella gravità della crisi economica che sta facendo lievitare la disoccupazione in tutta l’Europa attorno all’8%, con punte molto più alte in alcune regioni come quelle del nostro meridione e quelle del nord del Regno Unito: fa riflettere che lo scontro sociale avvenga proprio con un’azienda di Siracusa salita dal nostro sud a cercare lavoro in una regione del nord Europa in difficoltà .
Al di là dell’evidente e grave infrazione alle regole europee della libera circolazione, l’episodio – sperando che tale rimanga – rivela quanto sia facile scivolare sulla pericolosa china del protezionismo qui sociale, altrove economico e commerciale. Il peggior modo di rispondere ad una crisi dove il «si salvi chi pu಻ è suicidio sicuro per tutti e che tutti affermano, nelle sedi internazionali (si vedano i buoni propositi di Davos), di volere evitare.
Ci sarà anche in questo atteggiamento miope la tiepidezza inglese verso l’Europa, ma non dimentichiamo in proposito la rozzezza di forze politiche italiane che vogliono riservare l’occupazione ai «nostri» lavoratori, intendendo per adesso gli italiani, ma chissà che domani non si vorrà riservare il lavoro in Veneto per i veneti e per i piemontesi in Piemonte.
Eravamo, o credevamo di essere, tutti cittadini europei come vanno da anni ripetendo i Trattati dell’UE ma adesso ci scopriamo stranieri tutti contro tutti.
Figuriamoci allora gli stranieri che provengono da altri Paesi che non fanno parte dell’Unione europea: la crisi ci offre l’occasione di cacciarli o, almeno, di imporgli balzelli se vogliono lavorare qui da noi.
Su questa strada è difficile fermarsi: lo hanno già capito i disgraziati – tutti dei «nostri» – che l’altro giorno a Nettuno hanno dato fuoco ad un cittadino indiano. Così, per gioco e per noia, in un’Italia ossessionata dalla sicurezza per gli italiani e in un’Europa che tarda ad arginare la deriva xenofoba dei suoi cittadini, tra di loro e con tutti gli altri.